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Come affrontare difficoltà vere o presunte che ti separano dal matrimonio

Andrea e Arabella: convivenza, matrimonio, dono

Archiviato in: Sposi raccontano — admin at 12:34 am on Lunedì, Dicembre 25, 2006

Ciao! Ci chiamiamo Andrea e Arabella e anche noi volevamo raccontarvi del nostro matrimonio.

Innanzittutto perché sposarsi, visto che già convivevamo?

C’è un cammino alle spalle, domande di senso e ricerca passate attraverso vissuti e percorsi, che forse non si possono liquidare in poche battute…

Però un atto davanti a Dio e davanti a tutti, un atto che parlasse del si che era ed è presente fra noi due, di quell’amore che ci portava a dire con verità e in profondità: se non con lei, se non con lui, con chi altro?

…di quel si alla vita, al nostro amarci e aprirci in due al futuro…

quell’atto decisamente ha fatto e fa la differenza, eccome se la fa!

Del nostro cammino fatto per arrivare a questo però una cosa era molto chiara, proprio partendo da un versetto della Genesi dove è scritto che l’uomo e la donna lasceranno il loro padre e la loro madre e i due formeranno una carne sola ( Gen 2ss ).

Ci era chiaro che il giorno del matrimonio segnava una nuova tappa di vita: da essere dei “bambini”, “figli di qualcuno/a”, ad essere persone adulte, autonome, svincolate dalle opinioni, da una certa visione del mondo e delle cose in realtà non nostre: un bambino – ed è giusto che sia così – la pensa con i valori e le prospettive dei genitori; ma un adulto “dovrebbe” essere qualcosa di altro che il prolungamento delle aspettative del papà e della mamma…

Per noi perciò questo momento, oltre a significare il nostro si all’amore e alla vita, voleva essere il segno di essere adulti, di camminare con le proprie gambe. In realtà, per arrivare a dire un vero e grande si, bisogna pure saper dire dei no…

Era il nostro matrimonio, il nostro giorno: perché non si doveva celebrarlo con i nostri valori e la nostra sensibilità, tra l’altro in linea con il vangelo?

Anni prima Andrea era stato nelle baraccopoli in Brasile, Arabella con i missionari Comboniani in Zambia: poteva il nostro celebrare il si a Dio, all’amore e alla vita offendere chi è più sfortunato di noi? Per noi e la nostra sensibilità questo era contrario a una visione di fraternità e di sguardo religioso sulla realtà.

Per questo il nostro matrimonio è stato all’insegna della sobrietà, della spontaneità e della festa.

Chi l’ha detto che per fare un bel matrimonio ci vogliono tanti soldi?

Se non si guarda alla forma delle cose, stabilite da una certa “moda”, ma al loro nucleo, alla loro essenza,allora Festa, Sobrietà, Bellezza, Armonia, Condivisione e Gioia, si posso ben combinare. Si può far si che veramente sia uno dei più bei giorni della nostra vita ( non però “il più bello” però, perché la Meraviglia e il dono di Dio ci aspettano sempre per sorprenderci ogni giorno e sempre di più)!!!

Tanto per iniziare la marcia nuziale d’entrata in chiesa era fatta da un fratello di Andrea e un suo amico con chitarra elettrica e basso: la risposta italiana a Jimmy Hendridx !

Andrea, estimatore delle culture dei popoli aveva un abito nigeriano, sicuramente poco tradizionale ma molto elegante; e Arabella con un abito fatto dalla mamma sarta, mooolto elegante, preso da un modello africano, ma altrettanto molto sobrio nei prezzi …

Non volevamo regali ( spesso tante trappolette di gusto discutibile…) , né abbiamo fatto bomboniere e confetti, ma tutto quello che si raccoglieva lo davamo “nelle mani” di una suora che che opera in Zambia e che Arabella conosceva.

Inoltre per la festa dopo la celebrazione abbiamo chiesto una sala ai padri Comboniani, dove abbiamo fatto un buffet. Ognuno ha portato qualcosa da mangiare e dalla condivisione di ognuno… abbiamo mangiato abbondantemente tutti ed è avanzata del cibo che abbiamo dato ad una comunità di adolescenti in difficoltà e per le cucine popolari.

Tutte le spese sostenute per il matrimonio, le fedi,un’offerta ai padri per la sala, tovaglie e piatti e bicchieri… ammontano a 500 ( cinquecento!!! ) euro; la somma raccolta a messa per i nostri fratelli in Zambia è di 3100 ( tremilacento!!!) euro:…insomma questo è stato il segno della fratellanza universale che abbiamo imparato da Gesù di Nazareth

Paola e Alessio raccontano >> IL SUCCO: PERCHÉ CI SIAMO SPOSATI

Archiviato in: Sposi raccontano, Paola e Alessio — admin at 8:08 pm on Martedì, Dicembre 19, 2006

IL SUCCO: PERCHÉ CI SIAMO SPOSATI

Ci sono diverse risposte al quesito sul perché abbiamo scelto di sposarci, e tutte hanno come fondamento la più ovvia, “perché ci volevamo bene”. Entrambi avremmo voluto condividere sempre più cose, tempo, pensieri, la nostra fisicità con l’altro. Essere solo “morosi” non era più sufficiente, volevamo diventare consorti, nel senso letterale di “coloro che condividono la sorte”. Abbiamo pensato che il nostro amore valeva davvero tanto, ci era caro. Talmente tanto caro da pagarlo con…la nostra vita! Che bella questa parola, “caro”, un termine scappato dall’economia così ricorrente tra innamorati! E questo pensiero ci ha portato a scegliere come seconda lettura alla cerimonia quella lettera ai Corinzi dove s. Paolo inneggia all’amore chiamandolo appunto carità. Carità è il termine con cui è stato tradotto “amore”, e richiama come radice il termine “caro”, che viene usato in maniera ambivalente anche come costoso. Dire all’altro “tu mi sei caro” è come dire che si è disposti a pagare molto per lui, l’amore è appunto carità, è costoso. Noi due abbiamo soppesato un po’ la cosa, e siamo giunti alla conclusione che per avere il dono prezioso di condividere tutta la gamma di sentimenti possibili (dalla gioia al dolore!) e tutti gli stati (dalla salute alla malattia!) …eravamo disposti a pagarlo, questo caro prezzo!

Che avventura: chi potrà assicurarci che noi due siamo davvero l’ideale l’uno per l’altra? Nessuno! Il nostro impegno è proprio di diventarlo, volere il bene e la felicità dell’altro. Certo, è un’incognita quotidiana, siamo ancora all’inizio e tanti ci dicono che il nostro entusiasmo è ancora troppo fresco per essere obiettivi. Effettivamente lo crediamo anche noi, non ci sarà sempre il vento dell’entusiasmo e dell’avventura a sospingerci, verrà di certo anche il gelo dell’attrito, degli sgarbi, anche del disamore, forse. Non crediamo di essere superuomini, né così illusi da credere che “vivremo per sempre felici e contenti” (…ma che noia!). Leggiamo anche noi i dati e le statistiche sui divorzi, le separazioni e vediamo pure noi sposi scontenti e disillusi.

Ecco dunque forse il senso ultimo del nostro matrimonio in Cristo: in quei momenti ci augureremo (preghiamo per questo!) che la direzione giusta ci venga suggerita da Dio, dalla forza del sacramento che abbiamo celebrato! Abbiamo sete di questa forza, vediamo che la preghiera ci sostiene e ci spinge, ne vediamo i frutti.

Se siamo insieme, è perché abbiamo ascoltato la nostra vocazione!

Paola e Alessio Raccontano: IL MATRIMONIO FAI DA TE

Archiviato in: Sposi raccontano, Paola e Alessio — admin at 8:05 pm on Martedì, Dicembre 19, 2006

Il matrimonio è un business infallibile. Se dovessimo arricchirci, sceglieremmo questo ramo, perché quando ti dicono che tutto deve essere perfetto nel giorno più bello della tua vita, tu non puoi fare altro che essere d’accordo e, se sai che saranno le bomboniere d’argento a regalarti un secondo supplementare di pura felicità, non esiti a sganciare qualche centinaio di euro in più. Magari anche a chiedere un prestito. Magari anche a ritardare di un anno il matrimonio per avere il denaro.

Ma se vi dicessero che la bomboniera d’argento vi renderà sposi felici, voi ci credereste davvero? No. Neanche noi.

Quando abbiamo capito che avremmo speso un capitale per il matrimonio ci siamo riproposti alcune cose:

  • per quanto ci è possibile, facciamo le cose con le nostre mani (e quelle di amici, parenti…)
  • per quanto possibile, eliminiamo il superfluo
  • visto che dobbiamo spendere, almeno vogliamo che i nostri soldi vadano nelle tasche di chi ha un comportamento quantomeno etico, e magari che finanzino un progetto equo e solidale
  • per quanto ci è possibile, vogliamo divertirci!

 

La cerimonia è stata il centro della festa. L’abbiamo curata, ci siamo dedicati a scegliere le letture che rispecchiassero di più le nostre intenzioni, ci siamo rivolti al nostro padre spirituale per viverla al meglio. E ci siamo sentiti criticare proprio da lui alcune nostre iniziative, il nostro prete puntava molto sulla semplicità e l’essenzialità del rito, che è completo di suo senza fronzoli artificiali degli sposi. I quali, peraltro, non sono il centro della cerimonia. Sono i ministri, ma il centro è sempre l’eucaristia.

Poi i fiori. Abbiamo raccolto da un conoscente contadino delle spighe mature (simbolo di fecondità e del Pane) e la fiorista ha fatto le composizioni. A me piacevano i girasoli (più economici delle rose, e di grande effetto con le spighe!) e il tocco di verde lo hanno dato dei tralci d’edera, leit motiv del nostro matrimonio (ne avevo in testa, era il soggetto dipinto sulle bomboniere e…sull’auto!) e che nel linguaggio dei fiori sono il segno della fedeltà.

Le bomboniere erano ovviamente fai-da-te (e anche fai-fare-alla-zia-artista!). Al consorzio agrario abbiamo acquistato dei vasetti di coccio, poi dipinti e riempiti di terriccio e semi di girasole, segno dell’unione feconda.

Anche gli inviti e le partecipazioni erano scritti a mano: abbiamo lavorato un po’, ma ci siamo anche divertiti.

La festa è stata la parte più difficile da organizzare, abbiamo riscontrato alcune lacune da parte delle ONG incapaci di proposte professionali e insieme etiche. Alla fine abbiamo optato per l’affitto di un locale sui colli Euganei, un’enoteca con uno spazio aperto ampio, dove un catering equo e solidale ha allestito la cena. Il regalo dei nostri testimoni è stato una vera perla: la musica. Hanno chiamato un’associazione che suona dal vivo musica popolare europea: salentina, irlandese, polacca. Abbiamo ballato fino a perdere il fiato e il ricordo ci riscalda spesso il cuore.

 

Paola e Alessio raccontano: L’ETICHETTA. OVVERO, L’ABITO BIANCO È PER LA ZIA

Archiviato in: Sposi raccontano — admin at 7:59 pm on Martedì, Dicembre 19, 2006

L’ETICHETTA. OVVERO, L’ABITO BIANCO È PER LA ZIA

Quando si rende pubblica l’intenzione di sposarsi, parte una giostra di immagine e di marketing di dimensioni inimmaginabili. È una specie di carnevale che stordisce, ammalia, prende davvero ogni pensiero ed è così difficile restare un minimo obiettivi! E tutti si sentono in diritto di proferire consigli o, peggio, di sciorinare una serie di si deve e non si deve, con annessi e connessi di formalità, fronzoli, ghingheri, fiori, violini, ville, pranzi, viaggi, bomboniere, filmini, liste, scarpe, abbinamenti, automobili, anelli, foto, giardini, gondole, scenografie.

Praticamente tutto deve essere perfetto, una specie di copione dove la sposa e lo sposo recitano in un film stucchevole e, ben volentieri, pacchiano.

Certo, è bello fare festa con gli amici e le persone più care, è giusto non offendere nessuno con scelte azzardate ed è ovvio scendere a qualche compromesso. La diplomazia diventa la migliore amica per salvarsi il fegato, a volte, ma con tutta questa surreale girandola, non si rischia forse di perdere di vista l’obiettivo?

Non vogliamo dare l’ennesima ricetta per il ricevimento perfetto, ma semplicemente riportare la nostra esperienza. Io ci tenevo all’etichetta, ci tenevo davvero anche ad una certa formalità, perché ho sempre creduto che anche la carta del regalo contribuisca a renderlo più bello. Così come ho sempre creduto che, se sono invitata a pranzo da amici, mi vestirò adeguatamente, perché anche con il mio aspetto posso trasmettere quanto loro mi sono cari. Gli scarponi sporchi li adopero in montagna, e per andare da un amico caro scelgo anche di truccarmi un po’, nel mio stile, perché, caro amico, ti faccio capire che ho perso del tempo per te. Anche con l’abito.

Con questo non voglio inneggiare al superfluo, percarità, ma semplicemente sottolineo che si festeggia anche preparandosi per l’occasione. Dentro e fuori. Più che un abito, è un habitus, un modo di porsi, non certo una passerella! Mi ricordo la parabola di Gesù, dove il padrone scaccia colui che non aveva “l’abito della festa”.

Il mio vestito l’ho disegnato io, ce l’avevo in testa da anni, me l’ha confezionato la mamma, sono fortunata perché lei è davvero in gamba, e per me è stato un rito già il fatto che ogni piccolo punto sia uscito dalle sue mani, come un passaggio di testimone. Alessio era stupendo, nel suo abito che indossa spesso nelle occasioni importanti. Io lo guardavo commossa: era bello per me, per me

Certo che da qui a spendere un patrimonio per un vestito che si indossa perché la nonna ci tiene tanto, ne passa…

È difficile, ci rendiamo conto, trovare un modo per conciliare la legittima voglia di essere sfavillanti (mica solo belli!!) e mantenere una certa etica, ma le soluzioni si possono trovare (l’abito in affitto, prestato, fatto da una sarta, modificato…).

Paola e Alessio raccontano: E IL FIGLIO, VI È SCAPPATO, VERO?

Archiviato in: Sposi raccontano — admin at 7:55 pm on Martedì, Dicembre 19, 2006

E IL FIGLIO, VI È SCAPPATO, VERO?

Abbiamo avuto Samuele neanche dopo due anni dal matrimonio. Il nostro primo anniversario l’abbiamo trascorso mostrando l’immagine dell’ecografia di un fagiolino. Ci ha colpito molto la reazione di parecchi: “ma l’avete cercato o è capitato?”. Che strana domanda. Di fatto, come ognuno cerca di programmare la sua giornata, cerca di programmare anche la vita, è ovvio. E con questo si potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora infinito sul tema programmazione delle nascite, ma qui eviteremo di parlare di contraccezione e sessualità, sottolineando solamente che i tempi e i modi della natura non sempre corrispondono a quelli del nostro calendario. E soprattutto, con il matrimonio ci si dichiara aperti alla vita. Quindi non capisco davvero come il figlio possa “esserci scappato”; abbiamo desiderato fin dall’inizio di avere dei figli, Samuele potrà giocare con genitori ancora biologicamente in gamba e mentalmente giovani (speriamo!).

I sacrifici non mancano, chiaramente. Siamo una coppia sempre in cerca di un equilibrio, mai davvero in equilibrio. Cresciamo, cresceremo ancora, sia come persone che come…numero!

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